lunedì 29 settembre 2014

Cosa resterà di noi?

Cosa potrà restare di noi, della nostra vita?
I ricordi che lasceremo, forse? 
E per quanto tempo resteranno? 
I manufatti? E per quanto tempo?
I nostri pensieri migliori?
E per quanto tempo si manterranno veri?
Durerà, più di tutto questo, la nostra cenere
che nutrirà ancora la vita della vegetazione.
Ma per quanto tempo ancora?

Ciò che lasceremo al mondo è soltanto
il nostro aver amato senza volerne fare
il possesso privato del nostro egoismo
Sarà l'essere stati amati da chi non ci ha 
voluto possedere nemmeno per gelosia
Sarà il nostro aver rispettato la verità
che il Cielo ci ha mostrato essere vera
sarà il nostro modo di lasciare il mondo
e tutto questo lo lasceremo dentro di noi.

Quello che crede lei


L'essere umano è socievole, ma non è ancora chiaro se la sua socievolezza abbia una qualche relazione col bisogno di sopravvivere esercitato a discapito delle persone con le quali si socializza. L'amore è la ragione prima che il Mistero ha escogitato per agevolare la socializzazione umana, ma l'uomo mica si fa fregare facile, così ha convertito quel bisogno costruendo i marciapiedi.
Trovata la legge escogitato l'inganno.
Dopo un po' di secoli questo reagire dell'uomo alle imposizioni divine ha generato una razza di eletti, chiamata "italiana", che ha saputo trasformare in arte il riuscire a divincolarsi dalle leggi del Cielo.
Questo almeno è quello che crede lei...

lunedì 15 settembre 2014

La fonte eterna

Un flebile "Mioddio!" le sfuggì, con lo stesso suono che hanno i sospiri quando si accorse che, forse, la sua sofferenza non sarebbe cessata col morire.
La sua coscienza stava scivolando dietro al suo ultimo fiato, spogliata del peso inferto da un organismo che l'aveva tenuta addormentata dai suoi bisogni futili.
Da quell'ultimo sibilo di arrendevolezza le cose non sarebbero state più le stesse, e la memoria non sarebbe più stata intralciata dai desideri che i mille miliardi di cellule del suo corpo anelavano dovessero essere soddisfatti a tutti i costi. 
Qui, dove l'istante immobile non imbroglia attraverso lo scorrere del tempo, dove lo spazio è solo interiore, vasto come solo sanno essere le verdi praterie, qui si fanno i conti con l'oste che, fino a questo tragico momento, è sempre stato in cucina a preparare una lista che non può essere messa in discussione, perché quell'oste è la fonte universale di ogni coscienza individuale.

Così, quella che ancora era una individualità cominciò a correre di nuovo sui prati verdi dell'attesa, senza che gli zoccoli del suo dover attendere potessero calpestare alcunché. Ci sarebbe stato altro tempo a imbrogliare l'orizzonte da dover raggiungere, e ora si trattava soltanto di aspettare il segno dato dal fato con l'apertura di una fessura nuova, che precipita verso l'ignoto di una nuova esistenza, nella quale un altro e diverso essere avrebbe continuato la sua corsa terrena, sentendosi di nuovo lo stesso io che replica se stesso indefinitamente, trascinandosi appresso le cose da aggiustare pur non essendo responsabile di averle rotte. È così che l'esistenza si fa pagare, quando dà la possibilità a ogni essere di avventurarsi nella grande sfida della vita. Innumerevoli ego pulsano della voglia di essere diversi uno dall'altro, nell'imbroglio senza tempo nel quale l'unico Sé eterno esprime le proprie infinite possibilità di essere sempre unico e diverso, sempre generoso, e sempre libero nell'obbligo di sentirsi un io che cerca la Libertà totale, la stessa alla quale ogni ego rinuncia, col nascere al mondo dove il desiderio regna, disturbato da un futuro che si lascia guardare soltanto da chi ha rinunciato al desiderio.

domenica 7 settembre 2014

La gara del mondo

Più o meno, e in diverse misure, tutti mentiamo almeno un poco, il mondo stesso mente e, con esso, la natura, che si guarda bene dallo svelare le ragioni del suo esserci. In questo comune desiderio di abbellire una realtà, contaminata dalla verità, la menzogna si dà un gran daffare per correggere quelli che, per chi mente, sono limiti superabili con una bella mano di vernice. La parola, e con essa il linguaggio, pare si sia data lo stesso fine che ha il pennello di un pittore che deve vendere il proprio quadro. Questa competizione vede allineata, sulla linea di partenza, l'intera umanità. Tesa verso il traguardo dell'ipocrisia la voglia di apparire corre, suda, sgomita e sputa veleno contro tutti, nella volontà di esaudire i propri desideri. In questa gara, orientata verso il guadagno materiale, gli ultimi saranno i primi ad arrivare nello spirito che ha voluto il mondo, e non occorrerà spiegare il perché.

sabato 6 settembre 2014

Realismo esistenziale

Quando al mattino vi svegliate con uno splendente sole che vi abbaglia dalle vostre finestre, entrando nel vostro stato d'animo per coccolarlo di felicità, e ognuna delle cellule che inducono il vostro corpo a pulsare di gioia freme, alzando e abbassando i tentacoli cigliati in una ola dedicata al cervello, perché non si è opposto a tanta euforia esistenziale, ricordatevi che la TAC alla mutua è quasi gratuita, e lo è anche la risonanza magnetica. :D

mercoledì 20 agosto 2014

Responsabilità sessantottina

Affrontare un periodo storico tanto breve, facendolo da una visuale necessariamente generalistica è difficile, e l'analisi di Fabricio affronta effetti senza chiarire a che grado di responsabilità si trova la cultura sessantottina che, non occorrerebbe nemmeno ricordarlo, non è stata frutto di una omogeneità di posizioni teoriche. L'interpretazione data a quel tempo del senso che ha la vita, sia essa individuale che delle collettività, era parecchio diversa in dipendenza di movimenti ideologici talmente lontani tra loro, da motivare persino sporadici scontri tra consanguinei con panni sanguinolenti mai lavati in casa. Quello che si può dire, generalizzando, riguarda l'impianto ideologico che tutti i movimenti politici e culturali, dai gruppi extraparlamentari agli hippy e ai freak, hanno avuto in comune, intriso di materialismo e volto a sovvertire non solo il disordine costituito dallo stato e dalle organizzazioni mafiose di destra e di centro, ma anche quelli che sono i princìpi fondamentali della stessa esistenza. Esistenza che ha una sua gerarchia di valori, ma talmente sporcati e snaturati dall'opportunismo criminale di destra, da non essere mai stati presi in considerazione. La destra e il centro politico ha usato per i suoi scopi, capovolgendone il senso spirituale, evidenze che stanno sotto agli occhi di chi non è tonto: Il sopra ha un sotto analogo e capovolto, così come l'interno ha un esterno costituito dalla sua riflessione capovolta. Qualità e quantità sono principi universali che non possono essere rivoltati come calzini sporchi, dando alla quantità il dominio sulla qualità, come le ideologie di sinistra, tutte, hanno fatto, col risultato di voler dare alla massa di individui il potere decisionale solo in conseguenza del fatto che le minoranze, prima di loro, lo avevano usato nei modi criminali che conosciamo. La responsabilità, la più generale possibile della sinistra, è stata ed è quella di aver chiuso gli occhi dell'intelligenza davanti alla natura intima della realtà, nella perversa volontà di sovvertire il disordine sociale e umano sostituendolo con un disordine di princìpi invertiti che avrebbe, in seguito, determinato un altro genere di disordine, opposto certamente a quello che è andato a sostituire, ma anch'esso portatore di disarmonie gravi, delle quali oggi si vedono i risultati. Vero è che in una situazione di emergenza come quella ricca di stragi e di violenza statale, dove la connivenza con la mafia ha portato corruzioni ovunque e a qualsiasi livello sociale, le giustificazioni per agire d'impulso sono state tante, e oggi se ne pagano le conseguenze che non sto a descrivere inutilmente. Sempre le ideologie si appoggiano a sistemi di pensiero schematici, che hanno vita propria sull'esclusione di una parte della realtà che non si innesta nello schema, dunque il risultato è dato da esclusioni che, invece, sono parte della vita. Questo significa che nessun sistema di pensiero può soddisfare le esigenze della stessa vita che pretende di spiegare. Ecco qual'è la responsabilità che noi sessantottini abbiamo avuto, ma confronto all'enormità dei crimini contro i quali lottammo, le nostre colpe ricordano quelle di chi, tirando un sasso a un carroarmato, ha sbagliato mira rompendo il vetro della finestra della propria casa.
Attribuire grandi responsabilità alla generazione che si è data, anche sbagliando a valutare il loro senso universale, dei valori di libertà per i quali in molti hanno sacrificato la loro vita, equivale a incolpare la natura delle inondazioni, perché essa si avvale della pioggia per dissetare la vita.

La responsabilità del disastro attuale è delle persone demoniache che hanno corrotto le buone intenzioni deviandole verso la negazione dei valori improntati al sacrificio di sé, per trasformarli nel sacrificio dell'altro diverso da sé. Ogni atto, sia esso individuale o collettivo, è destinato a fare i conti con la sincerità delle intenzioni che lo hanno motivato, ma i risultati di quell'agire non dipendono solo da quelle intenzioni, perché le condizioni ambientali e le persone attorno concorrono a cambiare la qualità dei risultati. Così la gente di "sinistra" che è disonesta, quella di destra che è criminale, insieme ai mafiosi falsi cristiani, hanno ricondotto le cose al punto in cui stanno, come tossine venefiche hanno eroso il futuro ai figli dei figli di tutti, consegnando loro la disperazione legata ai disvalori che vedono il più forte economicamente prevalere sulla giustizia e la ragione. Incolpare di questo risultato chi ha lottato e lotta contro i demoni ladri e assassini non è solo ingiusto, ma corrisponde al mettersi dalla parte di chi fa del male dicendo che è bene farlo.

martedì 19 agosto 2014

Far piovere oro

La parola è un simbolo sonoro, e deve esprimere significati che gli sono superiori, perché ogni simbolo ha il compito di descrivere realtà dalle quali è superato. La scrittura dà la possibilità di comunicare ciò che può essere comunicato, e poiché le realtà da descrivere si trovano su indefiniti piani qualitativi diversi tra loro, la comunicazione dovrà svolgersi, per illustrare convenientemente queste realtà, in modi che siano commisurati ai differenti livelli qualitativi caratterizzanti quegli stessi piani.
La parola, diversamente dal simbolo figurato che è rivolto silenziosamente alla capacità intuitiva dell'intelligenza, tende a descrivere attraverso l'analisi, che raramente è in grado di produrre una sintesi unificante. Per farlo ha bisogno che la consapevolezza di chi scrive conosca a priori quella sintesi, attraverso la conoscenza dei princìpi, fondamentali perché universali, dei quali la realtà descritta è una conseguenza.
La scrittura è quindi intimamente legata alle capacità di penetrazione che l'intelligenza di chi scrive ha, delle ragioni d'essere proprie a ogni realtà, descritta o raccontata.

Le scuole di scrittura creativa si preoccupano di dare indicazioni relative alle tecniche narrative, ma i suggerimenti dati per migliorare l'intelligenza di chi scrive non li possono dare… perché sarebbero equivalenti al consigliare di sputare verso il Cielo per far piovere oro.

venerdì 27 giugno 2014

A muso duro

Due modi distinti di conoscenza si fronteggiano, a muso duro il primo... contro la rassegnazione paziente del secondo: Il primo, perché largamente diffuso, considera la realtà come fosse una conseguenza della legge del CASO che, a dirla tutta, è la negazione di ogni legge consequenziale, mentre l'altro, essendosi accorto che ogni effetto ha una sua causa, crede che debba esserci una causa per ogni cosa, compresa la causa delle cause di tutto ciò che è.
Chi crede sia del CASO la responsabilità del costo dell'affitto di casa spera che non sia da pagare tutti i mesi, mentre chi conosce la ragione d'essere di ogni evento sa che se salti un mese poi ti chiedono gli interessi.
Chi crede al caso coltiva un sacco d'interessi perché conta che, sui grandi numeri, qualcosa in cui trovare soddisfazione prima o dopo accadrà. Chi sa che sono le cause a spadroneggiare di interessi ne ha di meno, perché meno sono e meno delusioni seguiranno.
Anche la disposizione d'animo delle due radicalmente diverse opinioni subisce delle ripercussioni allineate alle differenti credulità: chi si prostra davanti al caso non bazzica le parrocchie, ed è l'unica cosa che non fa per caso, mentre chi si immagina tutto sia ordinato dalle cause in chiesa ci va, a occhieggiare come sono vestiti quelli che credono in Dio.
I credenti in Dio credono sia in Dio che al caso: in Dio quando gli chiedono favori, e al caso quando Dio non glieli fa.

L'idea che l'umanità si è fatta dei maestri spirituali

Barba bianca o grigia, la cui lunghezza indica gli anni vissuti nella dolorosa saggezza. Sguardo rivolto verso l'alto, come si comunicasse col Cielo invece di contare gli aerei che passano. Posizione jeratica degli arti, anche di quelli dolenti per la periartrite data dalla pigrizia. Mani che si muovono raramente, e solo per accennare a una benedizione con pollice, medio e anulare leggermente alzati, come quando si ordinano tre pizze a un cameriere lontano. Voce pacata, perché le baggianate dette è sempre preferibile non siano colte da qualcuno distante che potrebbe saperne di più. Leggera tristezza nello sguardo, camuffata da un sorriso sulle labbra, conseguente allo stato d'animo della propria coscienza che si è rassegnata a dover guardare un ego dalle chiappe tanto larghe... da averla scalzata dal seggiolone.

Gli esseri di fuoco chiamati demoni, e appartenenti alla realtà formale detta psichica, hanno molti volti, ma uno tra i più comuni è quello dei falsi maestri attraverso i quali camuffano la verità. Questi maestri fasulli non sono demoni, perché un diavolo non può nemmeno pronunciare il nome delle realtà spirituali che esso nega, ma sono individui che, più o meno consapevolmente, si prestano a essere strumenti del male, perché al sacrificio di sé antepongono quello della consapevolezza possibile di chi li ascolta.

domenica 22 giugno 2014

L'Ispirazione in prima linea

Mille miliardi di cellule stavano facendosi, come d'abitudine, i cazzi loro, quando il fastidioso strillare della luce rossa catturò l'attenzione di tutti, persino delle cellule intestinali, inchiodandola alle proprie, faticose, responsabilità.

— L'Ispirazione è sulla linea di partenza! Tutti si preparino alle manovre di lancio!—

La reazione fu immediata, perché quando il corpo sotto allarme è quello di uno scrittore… ogni distretto cellulare è stato allenato all'imprevisto da una moltitudine di esercitazioni. Chi scrive lancia quotidianamente allarmi fasulli che avvisano di prepararsi all'arrivo di un'ispirazione che, contrariando le aspettative di tutti, arriva quando pare a lei. Così, i mille miliardi di cellule, escluse quelle del distretto intestinale che in quei frangenti devono faticare a chiudere il boccaporto, si ritirano deluse dedicandosi alla loro principale occupazione, pulsare noia comunicandola all'intero organismo.

— Questa non è un'esercitazione! 
— Ripeto: questa non è un'esercitazione!—

A queste ultime parole persino il cervello dovette rassegnarsi ad alzarsi dal suo giaciglio, distogliendo la sua attenzione da apprensioni talmente dannose, da sembrare previsioni giustificate.

L'Ispirazione, intanto, si faceva massaggiare i muscoli dal pensiero, che sempre rispetta le idee dalle quali è messo in movimento, perché non le comprende mai del tutto.

Finalmente calda e matura l'intuizione scattò improvvisa, presentandosi in tutto il suo splendore inatteso di fronte all'attonito pensiero che, col suo esercito di neuroni solitamente dediti alla soddisfazione di sé, si trovò nella stessa condizione di un generale al comando di un plotone di boy-scout destati da un urlo alle tre del mattino.
La mente, arma impropria dell'intelligenza individuale, quando deve decodificare attraverso l'Intuire interiore i tentativi fatti dall'Intelligenza universale di trasmettere l'inconoscibile, trema d'inettitudine, e finisce con l'assegnare alle intuizioni avute gli unici significati che le maglie strappate della sua rete riescono a catturare, nell'oceano senza limiti del Mistero assoluto.

Dire che risultato di tutto quel lavorio corrispondesse alla flebile ombra dell'intuizione avuta, sarebbe equivalente al puro ottimismo capace di assegnare il massimo del punteggio a uno spettatore caduto in acqua durante una competizione olimpionica di tuffi, eseguiti dal trampolino più alto della piscina.


Mal vista

— E ora, cari fedeli, stringete la mano di chi vi sta vicino, in segno di pace—

Un sorriso di compiacimento percorse rapido le labbra di tutti, inondandole del tremito che irrompe nella coda di un cane, quando si scrolla di dosso qualche indesiderato fastidio, perché prima di prendere posto in chiesa ognuno aveva considerato il bisogno di evitare di toccare qualcuno al quale si era augurato di morire tra i più atroci tormenti. Per questo tutti sedevano lontano da tutti, perché sapevano che l'ipocrisia, nelle chiese, è mal vista…

Amaro calice

— Padre, allontana da me, se puoi, questo amaro calice—

—... —

— Padre... avevo detto "amaro", non "avaro"...—...

L'orizzonte squallido della propria delusione


Strano e magnifico è il mentire a se stessi, perché costringe a godere di una caricatura di libertà, nella quale ogni mentitore è libero di cambiare la versione che dà di sé quando crede gli convenga. La parodia dell'indecente spettacolo dato dagli individui, sguinzagliati dalle proprie intenzioni maligne, regala sorrisi di compiacenza e consigli tesi a convincere che nulla al mondo ha una ragione d'essere, e che quella è la vera libertà: la stessa che annichilisce i deboli nella convinzione che la natura favorisca i più forti. La natura, da parte sua, è una trappola ben congegnata, e come tutte le trappole attira col desiderio coloro che giurano di essere generosi. Magnifico universo quello che non ci mostra i suoi confini, che sono gli stessi di quelli che si aprono all'interno di ogni essere. Meraviglioso tranello quello che attira gli ignobili verso il successo di tutto ciò che non conta. Ogni istante della nostra vita è condensato in una parola scritta, che il dito puntato a caso sopra la pagina di qualsiasi libro ha trovato. Tutto è a nostra misura senza che la nostra tanto celebrata razionalità possa solo sognare di riuscire a comprendere. L'universo è... perché ognuno di noi è il fine dell'universo. Inutile ribellarsi alle leggi che fissano il sopra e il sotto, il dentro e il fuori, la qualità e la quantità di ogni cosa. Il movimento danza insieme a ogni danzatore, stringendogli i fianchi nella morsa mortale che questi ignora gli sia amica, in un frastuono battuto dal rinnovarsi di vite diverse, pulsanti in dimensioni differenti tra loro perché lontane l'una dall'altra, dove come asini al basto della Libertà gli esseri insegnano agli altri esseri cosa è il bene e cosa il male. Male che è l'unica realtà della quale i confini, presto e mai troppo tardi, si delineano all'orizzonte squallido della propria delusione.

venerdì 20 giugno 2014

mercoledì 18 giugno 2014

Il Palcoscenico

Non passa molto tempo, da quando si nasce, per scoprire come gira il mondo, palcoscenico di stupefacente bellezza con un solo difetto: gli attori.
Sembra proprio che tanta bellezza sia lì, a rimproverare chi bello non è e lo dovrà diventare.
L'Intelligenza che ha generato tutto questo è maledetta a ogni respiro da chi avrebbe voluto essere perfetto senza avere alcun merito, infischiandosene che è dal merito che la gioia nasce.
L'umanità, che recita sul palco sconnesso della vita, è stata impegnata per millenni nel tentativo di scovare quale fosse il difetto di questa Intelligenza universale, perché chi, come l'uomo, è il risultato di una somma di disarmonie, è certo che il tutto gli somigli e, di conseguenza, un difetto, anche piccolo, ma nell'intelletto che questo tutto ha voluto avrebbe dovuto pur esserci, una sottile fessura dalla quale l'infelicità che decora la bellezza non abbia modo di uscire, per inseguire la felicità che l'uomo è riuscito a sottrarre all'intelligenza che lo voleva sofferente, e perennemente dedito alla preghiera.
Nessuno potrebbe ricordare il momento preciso nel quale la specie umana seppe riconoscere quel difetto, perché le cose accadono in una continuità che non è facile sezionare, ma quella scoperta si sa essere stata la conseguenza dell'avvento dell'era informatica.
Nessuno prima di allora avrebbe potuto immaginare la forma della chiave che avrebbe socchiuso la porta della cassaforte del Mistero, perché quella forma è quella del comune accordo tra gli umani. Le nuove frontiere della comunicazione globale quell'accordo avevano lentamente preparato, e la diffusione capillare dei computer aveva portato in ogni cuore il canto che si sarebbe elevato, verso il Cielo dei contrasti infiniti, per spezzarne l'intento. 
Finalmente la Perfezione non sarebbe più stata una meta irraggiungibile, perché sarebbe bastato volerla tutti insieme.
Nessuno avrebbe più potuto essere infelice, all'interno del nuovo accordo mondiale, e la felicità sarebbe stata generale, occorreva solo mettersi a cantare, ognuno intonando la propria nota celestiale, guardando dritto negli occhi il Cielo pretenzioso.
Le prime cellule di questo progetto iniziarono presto a costituirsi, aggregandosi nei siti organizzati al fine di preparare gli animi all'esigenza che ha l'armonia di essere totale.
Gruppi di donne e uomini furono costituiti attorno all'unica armonia che a tutti piaceva: quella poetica.
Il segreto di questa iniziale armonia stava chiuso e protetto nel bisogno di complimentarsi l'uno con l'altro, in una tensione disposta al sacrificio di ciò che si pensava veramente dell'altro, così da intrecciare un ordito stabile, poco importava che fosse convenzionale, dentro e fuori dal quale le sensibilità poetiche individuali avrebbero ricamato la veste che il grande Canto finale avrebbe indossato per accedere al Cielo che, una volta per tutte, si sarebbe inginocchiato di fronte alla Perfezione delle perfezioni, quella intrecciata dall'amore umano.
La Verità, intanto, messa in un angolo dalla Convenzione generale, osservava attenta, cercando in quella Convenzione un difetto, una sottile fessura nella quale introdursi, per riprendersi ciò che le era stato sottratto.
Le bastava soltanto che una sola persona smettesse di fingere.

Dentro di sé qualcosa le diceva che non avrebbe dovuto attendere molto...

Ciclico spavento

È terribile questa attesa 
al di sopra del tempo 
dove la realtà delle cose possibili 
è gravida 
del desiderio che la vita 
alla quale ancora essa non partecipa 
termini il suo ciclo nell'altra realtà 
quella che è manifesta e viva 
spaventata dal dover un giorno attendere 
quando il suo ciclo vitale si sarà concluso 
che l'irruzione della nuova realtà 
abbia esaurito 
a propria volta 
il suo ciclico spavento

lunedì 16 giugno 2014

Ginocchio


Articolazione analoga a quella del pensiero, ideata dallo stesso Architetto, e progettata per tremare ogni volta che si tenti di contare le stelle...

Problematiche legate ai siti riservati alla scrittura di poesie e racconti

È normale che nei siti di scrittura le persone, confrontandosi tra loro sui diversi piani in cui si incrociano pensieri e giudizi, trovino ragioni per polemizzare. Normale e anche auspicabile, perché ognuno procede, nel proprio cammino, aggiustando l'equilibrio che l'aver mosso un passo ha messo a rischio, con un altro passo che ne innescherà un altro ancora, in una catena interrotta, saltuariamente, dal fermarsi a gustare il diverso panorama che si vanta davanti agli occhi di chi lo ammira. Scrivendo, le intelligenze espongono le loro interiorità ed esteriorità togliendosi vestiti, o indossandone di nuovi sopra a quelli vecchi, e si misurano vicendevolmente, a volte amandosi e altre detestandosi, ognuna coi propri difetti e pregi, e con la voglia di far capire che spesso oscura quella di voler comprendere. In effetti il comunicare per aiutare la comprensione altrui è estremamente più semplice del cercare di capire il senso espresso da altri, perché ognuno si fida, giustamente, più della propria esperienza che di quella altrui, ma l'intelligenza non acuisce se stessa soltanto attraverso il proprio aver gioito o sofferto, essa affina le proprie capacità di indagine grazie alla qualità delle intenzioni nutrite da chi la usa, e alla disponibilità che ha il carattere della persona di scansarsi di lato, invece che buttarsi a petto in fuori nella mischia generata dal confronto di opinioni; uno scansarsi dell'io per riflettere su un senso che pare essere oscuro, esposto da altri, chiedendo a questi delle precisazioni riguardo a ciò che non ci si riesce a spiegare attraverso la logica, così da avere maggiori elementi di confronto che consentano di giudicare senza il sussurro malefico di un ego, che fa della cecità interiore una bandiera da alzare in battaglia. Vero è che tutti hanno qualcosa da imparare da tutti, ma alcuni imparano cosa l'intelligenza può essere, e altri cosa la stupidità sia.
A questo va aggiunto che sono in molti a considerare questi siti dei trampolini di lancio verso il successo, e questa disposizione d'animo, che con evidenza non è di un ordine intellettuale, induce all'eliminazione di chi si considera avversario pericoloso per la realizzazione delle proprie brame. Al mio dire che ho rifiutato di firmare contratti proposti da due case editrici, alcuni si sono rotolati a terra dal ridere, perché non hanno creduto possibile che chi, come me, non avendo mai inviato a degli editori i propri scritti, potesse essere stato contattato da editori interessati a pubblicarlo addirittura senza chiedere soldi, ma offrendone. Mi è stato detto di scrivere sul mio diario, considerato che io dichiaro di scrivere principalmente per me stesso, come se lo scrivere per me dovesse escludere gli altri. I siti di "scrittori" in realtà sono serragli pieni di belve sanguinarie, pronte a fare a brandelli quelli considerati essere dei competitori; belve che poi scrivono attorno all'amore da nutrire per il prossimo, forse volendo intendere, per vizio di forma, il doversi nutrire della carne del prossimo...
A questo fine alcuni autori si associano ad altri, nella formazione di uno zoccolo duro che mira ad appropriarsi del sito, una sorta di potere politico fondato sulla vicendevole compiacenza nella quale il voto di scambio regna.

La conseguenza di queste tendenze è sotto agli occhi di tutti: scritti penosamente irrilevanti posizionano in vetrina personalità insignificanti, in uno sbarluzzichio di luci che ricorda le case aperte di Asterdam, dove donnine discinte mostrano il certificato di esami clinici che attestano la loro purezza.

domenica 15 giugno 2014

L'ispirazione è una vendicatrice

L'ispirazione si offende e non ci perdona se solo ci si distrae un attimo, e quando si tenta di ricordare il magnifico pensiero che avevamo avuto, che ci avrebbe fatto passare alla storia, dritti e in prima fila tra i geni indiscussi dell'umanità, lei ci rimanda alla mente, per vendicarsi, delle riflessioni talmente idiote che costituirebbero ragioni più che sufficienti per essere linciati anche da un mormone anziano e pacifista.

venerdì 13 giugno 2014

Le difficoltà del vivere

Ogni giorno i campi del mondo si riempiono d'insetti, che rischiano la loro vita a ogni passo, a ogni battito d'ali, e di animali dal futuro tanto incerto da avere, come unica certezza, la difficoltà data dal dover arrivare a un domani. Questa è l'esistenza, ed è difficile per tutti, ma in questo perenne dover lottare contro tutti e contro di sé, l'amore ricuce gli strappi aperti dal dolore e tutti, il giorno dopo, saranno contenti di avercela fatta. Quelli che dalla vita sono stati trasformati, passando attraverso la morte, avranno altre occasioni di lotta e di amore su altri piani dell'essere, perché il nulla, nell'esistenza, non trova posto.

Definizioni: Far di tutta l'erba un fascio


Forte tentazione, subita da chi vorrebbe portarsela tutta a casa...

Lo specchio della disperazione

 Lo specchio rimanda a Paolo un'immagine stanca, pallida e grigiastra. Sullo specchio, ormai sbiadita dal tempo e dai lavaggi, una decalcomania "Ciao fratello! Chi sei oggi?". Il ragazzo accarezza le lettere una a una, resistendo alla tentazione di scalfirle con l'unghia, perché gli devono ricordare che il necessario cambiamento non deve lavar via tutte le fatiche e i sacrifici che gli hanno risparmiato la fine che ha soffocato i suoi più cari amici. "La nostra è una generazione maledetta!", li aveva più volte sentiti dire, mentre ingollavano quelle pillole, piccole come la speranza che li portava a ingerirle. Gli occhi di Paolo sono scuri, come le occhiaie che li incorniciano impietose, e le loro congiuntive hanno ormai il rossore cronico di chi ha pianto tanto da asciugarsi dentro. Attraverso lo specchio gli pare di vederli, i suoi amici: Paolino, un ragazzo al quale era molto affezionato, dopo tutte quelle notti trascorse insieme a ridere del mondo, alto e biondo e bello e perennemente felice, tanto felice da non averne più bisogno e da cercare l'infelicità che si nasconde dietro al demoniaco flash dell'eroina. E Gianni, un bel ragazzo robusto e dolce, con un'onda nei capelli che ricordava il mare nei suoi momenti euforici, e che non si è mai appiattita, come invece ha fatto la sua esistenza che, saltando da una fede all'altra, si era poi accucciata nell'angolino più pisciato del vicolo più buio e puzzolente del suo cuore. Per restarci fino alla fine.
E Pasqualino, un magnifico leone tanto che la sua data di nascita non aveva potuto ignorarne quelle regali caratteristiche. Magrissimo, alto e generoso, arricchitosi con i traffici d'hashisc in Marocco, e che donava decine e decine di milioni agli Hari Krishna, forse per acquietarsi la coscienza, e che se ne è andato per una nottata folle di cocaina, lasciando qui una donna che lo amava e un bimbo piccolo e una nuvola nera di povertà improvvisa che lui non immaginava di dover avere nel suo destino, che gli si era sempre mostrato nella sua veste più sfavillante.
Ma Paolo avrebbe potuto sopportare tutto questo se, insieme a loro, non se ne fosse andata anche lei, la sua adorata compagna. Il suo amore per sempre. Fu quello il giorno che appiccicò la decalcomania allo specchio, perché voleva ricordarsi di voler vivere, e ogni giorno l'accarezzava, come fosse stata lei. E doveva vincere la tentazione di unghiarla via, come aveva fatto la vita con lei, impietosamente, ignorando che così avrebbe falciato anche lui insieme.
Con una fatica immane, e come faceva tutte le mattine, si spinse via dalla sua immagine diafana che portava impresse, nei colori sbiaditi dell'iride, le ferite del suo amore, annaspante nei flutti dell'autocommiserazione che lo risucchiavano via, esigenti.
Sarebbe uscito ancora, trascinandosi nel dolore che lo avvolgeva come un sudario pietoso e freddo, e si sarebbe mischiato al mondo del quale aveva tanto riso, sfuggendo agli altri sguardi che, come il suo, straziavano, spezzandola in tante lunghe ombre, la luce del sole.



giovedì 12 giugno 2014

Una ragione poco misteriosa


Sembra proprio che la ragione principale che fa incontrare due persone che si ameranno, sia quella che vuole migliorare la pazienza di entrambe...

Il lieto fine


Sforzo congiunto, di tutta la letteratura del pianeta, per dire all'uomo che l'esistenza è una continua sofferenza che, è solo questione di tempo, prima o dopo dovrà pur finire...

Ritritatrinità


All'inizio fu il Verbo, poi venne il predicato verbale e, infine, l'insufficienza chiamata "Giudizio Universale"... 

Brutta cosa la felicità...


Brutta cosa la felicità, basta poco... è sufficiente essere ancora più felici per oscurare i benefici avuti dalla vecchia felicità...

L'esperienza


Accumulo di nuova conoscenza, derivata dalla verifica sul campo delle proprie convinzioni, le quali tendono a dirottare i risultati della verifica per attribuirsi la ragione...

mercoledì 11 giugno 2014

Lamentela


Roba da matti, non ci si può neanche più lamentare delle lamentele degli altri... :D

Riflessione sulla capacità che ha l'ironia di far riflettere

L'ironia fa riflettere, e lo fa prima ancora di essere espressa, solo quando è auto ironia che ha indotto il suo autore a esprimerla per evitare di essere linciato.

Altrimenti, in genere, fa incazzare le persone intelligenti se essa è un'ironia stupida, oppure e per inversione, fa arrabbiare le persone stupide se essa è intelligente. Occasionalmente un'ironia, capace di mostrare acutezza di pensiero, fa riflettere le persone intelligenti, ma solo quando l'intelligenza di queste ultime ha qualche speranza di potersi vendicare utilizzando il risultato di quella loro riflessione.

Il rischioso utilizzo dell'ironia

L'utilizzo dell'ironia presenta diversi inconvenienti, dovuti al suo dover mostrare le incongruenze altrui, suscitando il buonumore quando non sia possibile indurre al pianto...

I due sfacciati volti dell'ironia

L'ironia, come tutto, ha il sopra e il sotto, il dentro e il fuori. Se essa è espressione di un'acuta intelligenza ha solo il dentro e il sopra, se invece è la manifestazione di gravosi limiti intellettivi ha solo il sotto e il fuori, e non le riesce di mettere sottosopra la realtà criticata, perché lo fa dicendo:— Fatevi sotto che vi faccio fuori! — L'ironia di qualità, al contrario, dice:— Venite dentro che vi salgo sopra—...

L'ironia


L'ironia non è una presa per il culo, è piuttosto un modo di considerare le cose che lascia intendere ci siano angoli di visuale più acuti e interessanti di quelli giudicati ottusi.

martedì 10 giugno 2014

Un aspetto sospetto

C'è un aspetto, in ognuno di noi, che stona brutalmente con l'immagine che ci siamo fatti di noi stessi e la fotografia, nel suo essere sarcasticamente impietosa, ce lo mostra: noi, però, diciamo di non essere fotogenici, e ci fotografiamo ancora e ancora dando modo, all'odiosità della macchina fotografica, di ripetercelo in tutte le lingue possibili...

lunedì 9 giugno 2014

L'apprendimento


L'apprendimento è, al novanta per cento, improntato alla memorizzazione delle cose inutili e, per il restante dieci per cento, ai modi utili alla riparazione dei danni che ne sono conseguiti...

Punti di vista divergenti

Quando un essere, determinato all'abbandono della propria natura animale, ha rinunciato alla sua primitiva reazione istintiva, quella tesa alla sopravvivenza della specie di appartenenza, rimpiazzandola col pensiero analitico orientato alla corruzione della propria interiorità, è chiamato dagli altri animali, con una sottile venatura sarcastica: "uomo"...

La conoscenza dell'altro


Mi è sufficiente un attimo, la lettura di una sola frase e conosco la natura dell'animo e le capacità dell'intelligenza di chi quella frase ha scritto, ma se quella persona l'ho davanti a me, non occorre neppure che essa parli. Se l'ho dietro, mi preoccupo ancora di più...

Reticenza


Atteggiamento assunto che è stato motivato dalla lunga osservazione del modo di porsi che ha il Padreterno...

domenica 8 giugno 2014

Vorrei non averlo mai scritto...


L'amore non è mai contento, perché si sente sempre in colpa quando qualcuno tradisce per colpa sua...

L'intelligenza del non pensare

L'intelligenza farebbe volentieri a meno del pensiero, perché esso ne denuncia l'inadeguatezza...

La proprietà del tempo

Il tempo è nostro giusto perché è dato dall'illusione di uno stesso istante, che finge di replicarsi indefinitamente, mentre ci osserva arrancare nella completa insignificanza dei nostri risultati...

La magia delle parole...


Assolutamente: avverbio che ingenera diverbio...

sabato 7 giugno 2014

La costanza nella fisica...

A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, così, quando si fa del bene, le forze del male si precipitano a riassestare l'equilibrio spezzato e, di solito e a buon peso, esagerano...

venerdì 6 giugno 2014

Tempestività postuma

Io non mi farò fare il funerale, perché già non mi appassiona andare ai funerali altrui, figurarsi al mio...

La buona sorte


La fortuna è solamente una sfortuna che è in ritardo sui tempi previsti.

La ragione del mio scrivere...


Io scrivo, ovviamente, per me stesso e per poter dire, nella desiderabile e futura eventualità che mi ammali del morbo di Alzheimer: "Azz! Se scrive bene questo scrittore!"... 

Credenza e valore


È proprio quando credi di non valere niente che devi dimostrarlo...

Desideri contrastati


Chi non vorrebbe, nello stato di potenziali embrioni in attesa di nascere, venire al mondo al modico costo di un pianto in entrata e un altro in uscita? Per questo non ci è stato chiesto se avremmo desiderato vivere, oltre al fatto che, non essendo noi ancora degli esseri, non avremmo nemmeno potuto mandare affanculo chi ce l'avesse chiesto...

L'inutilità


La natura non fa nulla di inutile, ma ha bisogno che ci sia qualcuno che, con la propria esistenza, mostri quanto l'inutilità sia inutile...

mercoledì 4 giugno 2014

Riflettendo sulla riflessione

Il termine riflessione si presenta come fosse una via breve, capace di condurre il pensiero analitico verso la comprensione del senso profondo che le diverse realtà si guardano bene dal rivelare a chi non sa riflettere a fondo. In realtà è un imbroglio legato al fatto che ogni riflessione genera un capovolgimento, e non solo dell'immagine che si riflette in uno specchio, ma anche del pensiero che, analizzando, scompone la realtà sezionandola, così come ha fatto mio nonno col suo motorino sputafuoco (mia nonna lo chiamava, sarcasticamente, sparagandulin) che è rimasto per sempre sdraiato a pezzi su un lenzuolo in cantina, ed è ancora lì, allo stesso modo della verità dissanguata stesa sul tavolo dell'obitorio che chiamiamo, invasati d'orgoglio intellettuale... la nostra "mente".

martedì 3 giugno 2014

La creazione dell'uomo è stata complicata

Secondo me Dio ha messo l'uomo sulla terra dopo aver prima tentato di piazzarlo nell'aria, nel fuoco e nell'acqua, e deve anche averlo fatto cadere dall'alto, perché altrimenti non si spiegherebbe come mai abbia fatto la donna partendo da una sua costola...

Cosa è il destino

Cos'è il destino? Più facile a dirsi che a farsi: ci sono due destini, uno, quello individuale, è la destinazione verso la quale le nostre inclinazioni naturali tendono, l'altro, quello universale, è lo stesso per tutti, ed è la destinazione centrale che ha determinato il nostro ciclico esserci, nonostante tutto gliel'avesse dapprima sconsigliato... Dunque si deve dire che il destino è il vento che gonfia le vele del nostro libero arbitrio, e il libero arbitrio è quello che appena ha innalzato una vela gliene si accartoccia un'altra.

Il più piccolo quark impedisce che l’intero universo si inclini su un fianco

Nessun essere è inutile, ma è inutile cercar di capire dove e come potrebbe essere utile...

Un'ovvietà difficile da considerare vera

La Libertà non fa prigionieri, e chi si sentisse costretto da essa è libero senza saperlo...

lunedì 2 giugno 2014

Il coraggio e la paura


Il coraggio, quando vince la paura, tende a considerarsi una necessità implicita al dover essere delle persone normali, mentre se a vincere è la paura essa tenderà a considerarsi una necessità obbligatoria per poter essere persone la cui normalità possa durare a lungo.

L'uomo e il pensiero maschile


Gli uomini faticano persino a non pensare, e quando ci riescono la chiamano saggezza. Dal punto di vista del normale tenore qualitativo dei loro pensieri come si fa a dar loro torto?

domenica 1 giugno 2014

La preziosità della perla


La perla nasce dal fastidio che l'ostrica prova per l'intrusione di una incomprensibile verità nel mondo che credeva fosse tutto di sua proprietà. Nel tentativo di nascondere quella verità intrusa l'ostrica la avvolge di bellezza superficiale, il cui vero valore è nella verità che occupa il suo centro.

Ragioni per scrivere


Io scrivo per diverse ragioni: la prima è quella di potere, attraverso la memoria di ciò che ho scritto, misurare se qualcosa di me ha subito l'onta di un miglioramento. La seconda è quella di insegnare il poco che conosco al di sopra del dubbio, e la terza è data dal divertimento che provo quando mi dicono che chi non ha dubbi è un cretino.

Sintesi di un vissuto


Un terzo della vita l'ho vissuto nella speranza che nessuno sapesse quello che facevo, un altro terzo sperando si capissero le ragioni per le quali l'ho fatto, e ora sto preparando un memoriale per convincere il Cielo che è per colpa sua che non posso tornare indietro a riparare gli eventuali danni... :D

L'utilità del libro


Anche se si potesse scovare la saggezza nei libri, occorrerebbe essere saggi per saperla riconoscere...

venerdì 30 maggio 2014

Persino ai morti...


— Non c'è nulla che possa accadere, nella vita di un uomo, senza che questi possa riuscire a trasformarla in un guadagno— l'ebreo che gli stava dietro ascoltò in silenzio quelle che sarebbero state le ultime parole pronunciate da un condannato a vivere la morte da vivo, e non poté che convenire con lui, perché quell'estrema consapevolezza, per essere raggiunta, aveva avuto bisogno di troppe vittime. Per lui, quel guadagno, stava nell'aver capito che persino la morte era poco importante, per un Dio che donava la vita a tutti, persino ai morti…

mercoledì 28 maggio 2014

Apparenze ingannevoli

La natura sembra favorire i mascalzoni... ma lo fa per poterli abbandonare nel deserto quando la strada per tornare indietro sarà divenuta troppo lunga.

Il campanello

Ho un campanello, fuori dalla porta, che ha un suono ironico, come volesse dire di aspettare ad aprire ché hanno suonato per scherzo. 
Io lo so e gli do retta, cincischiando sempre un po' prima di chiedere chi è. Non suona spesso, perché abito in un luogo isolato e abbandonato da Dio, così almeno ho creduto fino a quel giorno, nell'unico modo che ho di credere a qualcosa che ancora non ha suonato il campanello della mia curiosità. 

— Dlìn dlàn!— capii che qualcosa stava andando per il verso storto, perché mai si era permesso di suonare mentre frugavo nella spazzatura.
Cercavo lo scontrino d'acquisto della macchina tritaghiaccio che si è rotta prima ancora di addentare un cubetto, e l'aveva fatto subito dopo che avevo infilato la spina nella presa della corrente.

— Dlìn Dlàn!— insistette il suono, aumentando il mio fastidio
— Chi è?— dissi nervoso, sperando se ne andasse senza prima volermi stringere la mano
— Siamo venute a consegnarle un omaggio…— fu la timida risposta
— Lasciate pure sullo zerbino— dissi, allontanandomi dalla porta
— Non possiamo farlo— rispose una delle due
— Non ci è possibile lasciare a terra la parola che è rivolta al Cielo— ebbi un sobbalzo prima di rispondere
— Appendetela alla maniglia, allora…— vidi la maniglia abbassarsi piano e poi rialzarsi per riabbassarsi di nuovo, ma senza che ci fosse una spinta per aprire la porta
— Non riusciamo ad appenderla— dissero entrambe
— La prego ci apra— continuò la voce, quasi fosse abituata alla sconfitta
— No!— dissi io
— Non ho tempo per le sciocchezze!—
— Ma queste non sono sciocchezze, è la parola di Dio che vuole essere ascoltata dalle sue orecchie…— io non avrei aperto neanche a Satana, il macellaio che chiamavo così perché si era rotto il labbro superiore, scivolando sul sangue che bagnava il pavimento della sua bottega, proprio nel punto di attacco con quello inferiore, dando al suo volto l'espressione maligna che quel buon uomo non meritava
— Andate via! Non parlo la stessa lingua di Dio, e non mi fido delle traduzioni fatte da altri che, come me, quella lingua non conoscono—
— C'è una sorpresa all'ultima pagina del nostro opuscolo, è una specie di gratta e vinci spirituale che funziona solo se lei avrà letto tutto l'opuscolo. Le dirà se avrà guadagnato il paradiso, o si sarà meritato l'inferno—
Io stetti in silenzio e con le orecchie tese, ad aspettare lo scalpitio dei tacchi sugli scalini che avrebbe allontanate le impiccione dalla mia porta.
Non sentii nulla, e dopo dieci minuti nei quali sguinzagliai la mia pazienza... aprii l'uscio di due dita per controllare che se ne fossero andate, e sul pianerottolo non c'era nessuno, solo un opuscolo attaccato alla maniglia con un pezzo di scotch che, però, non aveva segni dell'impronta del dito che l'aveva strappato. 
Sembrava, quell'opuscolo così appeso, fosse formato da due ali d'angelo che sbattevano, per il mio aver abbassato la maniglia.

"Vivi bene senza Dio?" diceva il titolo di copertina

Saltai d'un colpo le trentatré pagine e andai subito al sodo, grattai i riquadri dorati sul retro della copertina, e vidi che non era stato tempo buttato. 
Una scritta, sotto alle scorie d'oro che avevano tentato di seppellirla, diceva:
"La Verità è una, riprova, sarai più fortunato!"

La mente

La mente è solo il mezzo che dà forma alle proprie intenzioni, e le intenzioni sono forgiate dalla personalità, la quale misura la distanza che separa lo spirito centrale, del quale siamo espressione, dalla superficie di ciò che abbiamo scelto di essere.

martedì 27 maggio 2014

Il ragno

Quattro occhietti lucidi e senza palpebre si facevano spazio tra peli fitti, grigi e appuntiti, in una testolina grande la metà dell’addome, tondo e grassoccio, che le stava dietro. Come riesca, un esserino pelosetto, a trasformare la carne della sue prede in fili elastici, collosi e robustissimi, non è dato sapere, e deve essere un segreto che tutti i ragni sanno ben custodire, se l’uomo ancora non lo ha trasformato in denaro. Un segreto che gli consente di non appiccicarsi alla stessa tela che gli procura il nutrimento.
La sagacità di questo insetto dovrebbe consentire, alla specie umana, di mettere in forse la propria celebrata intelligenza, dal momento che la trappola che l’uomo ha imparato a costruirsi, per sopravvivere, gli si è incollata addosso imprigionandolo senza scampo.
L’uomo si compiace della sua tela, tanto che la chiama “progresso”, e per lui poco conta che ci stia soffocando dentro.
Il ragno di questa storia è di quelli comuni, tondo, grigio e con una croce sulla schiena che parrebbe essere il segno di una fede, diversa da quella che hanno le mosche che cattura.
È da un mese che osservo quello che combina, più o meno da quando è comparso fuori dalla mia casa, e lui cura quello che faccio io. Dal suo sguardo sembrerebbe deluso. Come dargli torto, al suo confronto io sembro un bipede approssimativo. Quel suo squadrarmi pietoso mostra che è convinto sia il numero di zampe e di occhi a indicare le qualità intellettuali di un essere.
Ma la tragedia che vive la mia specie, o forse solo io, non sta soltanto nelle quattro zampe che abbiamo, neppure sufficienti per alimentare fughe che abbiano un andamento dignitoso. Rispetto a lui io sono più grosso e pesante, ma s’intuisce subito che lui è certo che la grossezza e il peso non sono aspetti correlabili alla qualità. Gli uomini, invece, ne sono convinti, al punto da credere di essere più intelligenti delle donne per i cinque grammi che hanno di cervello in più, senza sospettare che possano essere lì per aggravare ulteriormente le loro responsabilità nel non sapere che farsene.
Il ragno, d'altra parte, ha cose più importanti da fare: costruire una tela resistente agli incazzi della natura non è una sciocchezza, senza contare l’impegno di tendere i cavi principali della sua struttura, per i molti metri che separano i due muri del mio cortile.
Lo ha fatto di notte, sono sicuro per non rivelarmi il trucco, e al mattino l’ho intravisto guardare con sufficienza il mio stupore.
Appena arrivato nei pressi della mia casa la tela voleva tenderla tra le felci sotto alla cassetta della posta, un lavoretto da nulla per un ingegno come il suo, ma io da lì dovevo passare spesso, così l’ha spostata in un posto più sicuro, accanto alla mia moto, badando bene a non coinvolgerla in quella rete. Ancora non so se lui attraversi il mio cortile via terra, o zampettando per il perimetro dei muri, con in bocca il bandolo della sua matassa, masticando e filando in un continuum di spessore uniforme, per evitare che il filo si arricci.
Da parte mia bestemmio al minimo accenno di garbuglio, maledicendo di essermi tagliato le unghie.
Ho notato che il ragno sistema la sua tela tutti i giorni, ma quando sospetta che possa piovere si ferma, riprendendo il lavoro quando rispunta il sole, procedendo avanti e indietro sui fili dell’ordito, per irrobustirli ispessendoli, ma senza esagerare, per non togliere loro la necessaria elasticità.
Il nostro ragno ha piccolissimi denti, inadatti a mordere, eppure tutti gli uomini hanno paura del suo morso.
Ma una cosa, a nostra difesa, c’è, perché noi maschi ci accoppiamo con le femmine senza che queste ci divorino subito dopo, ed è un fatto incontrovertibile che non ci può togliere nessuno. Adesso che me ne sono ricordato esco, guardo fisso negli occhi quel ragnetto insignificante, e lo derido, ecchecavolo! In fondo se l’è cercata.

Lui sta lì, senza valutare il pericolo rappresentato dalla quantità della mia stazza, così gli avvicino la mia regale imponenza e lo fisso, sostenendo il suo sguardo curioso, e compongo nella mia mente, per ritrasmettergliela, l’immagine di me che, dopo l’accoppiamento, mi accendo una sigaretta, anche se non fumo, invece di finire accoppato come accade a lui con la sua compagna che è sempre più grossa di lui, e proprio mentre capisco che sta ricevendo l'immagine dal fatto che fatica a reggere il mio sguardo… la voce prepotente di mia moglie frantuma le possibilità di un successo che era quasi alla mia portata:— Allora, stronzo, hai finito o no di lavare i piatti?—...

lunedì 26 maggio 2014

Tombe maledette


Dopo una vita passata a Quarto Oggiaro, incrocio di sottoculture migliori della cultura nazionale, oggi abito in montagna, luogo di leghisti, fascisti e berlusconiani, i quali farebbero impallidire di incompetenza i mafiosi che credono di detenere la palma d'oro della cattiveria gratuita. Sono costretto ad ammettere di aver avuto torto a sperare, come speravano quelli della mia generazione di stravoltoni, nell'amore universale sceso dal cielo come regalo purificante. Mi resta solo da sperare che i giovani delle ultime generazioni non siano così coglioni come siamo stati noi, e che alla pace e all'amore universale ci credano davvero, e non solo col desiderio di ricevere un dono incartato nel simbolo "peace and love". Noi siamo una vecchia gioventù mai cresciuta, abitanti di un ghetto che ha meritato il nome di "barbon city", ma che era meglio degli ospedali cattolici dove ti tolgono un polmone sano per scroccare soldi allo stato, quello stesso stato in mano alle lobbie cristiane come comunione e liberazione, la compagnia delle opere e l'opus dei, congreghe mafiose di pedofili che alzano l'ostia al cielo per fare ombra ai propri crimini contro l'umanità, che sottraggono il futuro ai giovani, che costringono al suicidio i padri che così facendo sperano di far sopravvivere quello che resta delle loro famiglie in lacrime, abbandonate da uno stato che scende a patti con assassini che nasconde sotto alle toghe di ermellino impegnate a giustificare il Presidente di aver occultato le prove dello scellerato confabulare con gli stragisti. Come boy scout deliranti i politici applaudono sul palco davanti al quale sfilano poderosi armamenti già vecchi, che prima di spargere altro sangue scivolano leggeri su quello già versato dai poveri, che hanno dovuto svenarsi per pagare un esercito che si compiace di essere portatore di pace, ed esportatore di una democrazia che dà ragione al più forte, chiamandolo "il rappresentante del popolo". Un popolo rimbecillito dalla pubblicità, che lavora meccanicamente aiutando a trascinare il futuro del pianeta nella speranza che, un giorno, tutta la  storia dell'umanità sparisca persino dalla memoria degli alberi che stritoleranno, con le loro radici radioattive, le nostre tombe maledette.

domenica 25 maggio 2014

Felicità bisognose

Tutte le persone felici sono nel contempo anche insoddisfatte, se non lo fossero la loro felicità non potrebbe rinnovarsi, e appassirebbe nella consuetudine.

sabato 24 maggio 2014

Dissimilitudini

Il male va dove c'è del bene da combattere, e non va dove c'è altro male, perché il sovraffollamento gli impedirebbe di trovare una sdraio libera...

Senza speranze...

Essere tremendamente belli, intelligenti e affascinanti, ha delle indesiderabili conseguenze: si è odiati da tutti, e tutti sgomitano per farti capire di non avere speranze di riuscire a peggiorare...

giovedì 22 maggio 2014

Non era più lo stesso...

Qualcosa di inusuale doveva essere accaduto alla sua coscienza, perché la passeggiata fatta era la stessa di sempre, come lo era la panchina dalla quale fissava i monti, il lago e il cielo, ma lo stava facendo dall'alto di una consapevolezza diversa.
Ogni cosa che riempiva quel mattino era insolita, oppure era il suo modo di guardare che non era più lo stesso. I suoi pensieri, in compenso, erano confusi come sempre, perché rigettavano il modo nuovo di considerare la realtà che gli si imponeva, come se, non appartenendogli, stesse ordinandogli di aprire gli occhi. Temette potesse trattarsi del primo sintomo di un'imminente emorragia cerebrale, ma non provava nausea se non verso se stesso, e sapeva di meritarsela. Nessun giramento di testa, né vertigini gli stavano modificando la vista, ma le immagini che aveva attorno comunicavano attraverso significati che la loro esteriorità non nascondeva più.
Era come si fosse modificata da sé la qualità del fluire di pensieri che, invece di appartenergli e sgorgare dall'ignoto come da sempre facevano, avessero iniziato a procedere da un nuovo ordine interiore, attraverso una consequenzialità che, fino a quel momento, gli era stata preclusa.
Era accaduto tutto in un attimo, tanto lungo da mostrare l'illusione nella quale il tempo accumula debiti.
Tutto questo diverso vedere non poteva essere nato spontaneamente dal niente che stava dentro di lui, doveva essere stato lui a nascere dentro di esso, fecondato da qualcosa che gli era stata estranea fino a quel momento, oppure era il risultato di un fermento vitale, sempre presente in lui come possibilità di essere, che aveva maturato un seme che ora sbocciava riempiendolo di meraviglia.
Questo nuovo considerare la vita valutava tutte le direzioni possibili che la sua sete di conoscere osava percorrere, anche quelle che dirigevano i loro raggi all'interno di sé, e utilizzava la lotta per realizzare la pace.
A ogni pensiero se ne opponeva un altro, che gli contrapponeva una visione diversa generata da cause differenti che avevano altre ragioni di essere, e lui doveva osservare quel contrapporsi di forze dal centro di sé, ogni volta riconoscendo la natura delle verità che erano state offese, allo scopo di poterle guarire attraverso la loro comprensione prima, e i propri atti poi.
Gli sembrava di essere ritornato al tempo nel quale i bambini assillano gli adulti di domande, solo che ora l'adulto non era lì, presente, perché era lui stesso a doverlo diventare per poter rispondere a se stesso.

La conoscenza ha in sé il proprio guadagno, aveva letto da qualche parte, scritto da chi si guardò bene dall'aggiungere che quel guadagno, in soldoni, consisteva nella perdita del proprio egoismo...

mercoledì 21 maggio 2014

L'aforisma

L'aforisma è la sintesi di un pensiero lungo e arzigogolato che, alla fine, ritrovatosi in un punto imprevisto dal quale è stupito, decide di cancellare la strada fatta per arrivare fin lì... e di rivelare solo quello che si vorrebbe fosse un traguardo. Sovente quel traguardo è quello raggiungibile solo dalla pura imbecillità.

martedì 20 maggio 2014

La vera libertà


Se c'è la costrizione, e c'è, le sue ragioni di essere stanno nella libertà che a propria volta è una possibilità, la quale deve essere portata a maturazione attraverso la conoscenza perfetta che l'intelligenza ha il compito di affinare. La vera libertà è assenza di costrizioni, ed è raggiungibile da chi è tanto giusto e veritiero da sfuggire alla persecuzione della vita.

L'illusione della democrazia

La democrazia è il governo di una minoranza di delinquenti che ha comprato i voti di altri delinquenti, e ottenuto quelli degli ingenui disonesti che sperano di essere al più presto favoriti, alle spalle di chi è onesto.
Il fatto che la democrazia sia considerata il meno peggio, tra le possibili forme di governo, descrive la natura umana meglio di ogni altra cosa.

lunedì 19 maggio 2014

Il vero amore

Il vero amore non lascia dubbi, perché ogni volta che si guarda la persona amata di quella persona si intuisce la sacralità interiore, che si manifesta lasciandosi amare per ciò che essa è: pura generosità disinteressata.

domenica 18 maggio 2014

Uomini giusti

Nessuno che sia giusto può essere inconsapevole della verità che rispetta, ma quando si sa di essere giusti si tende a nasconderlo, perché mortificare chi non lo è... non sarebbe giusto.

sabato 17 maggio 2014

La morte ci è amica

La morte ci è amica, e non avrebbe senso una sua sconfitta, perché essa non agisce, ma aspetta che sia la vita ad andarsene.

venerdì 16 maggio 2014

Sono uno specialista nel dare definizioni quasi precise...

La cattiveria di alcuni: visone ottimistica della realtà che, però, ha il difetto di non ricordare la bontà degli altri.
Le falsità: visione realistica della vita che, però, si è scordata che senza la libertà di falsificare ogni verità sarebbe senza pregi.
Le presunzioni: caratteristica di chi, non avendo certezze, si affida alle ipotesi che più convengono.
La superbia: quando la presunzione non è contrastata dalla propria intelligenza.
Cattiveria trasparente: quando uno specchio ha la lamina argentata posteriore talmente rovinata da non poter più riflettere la verità dell'immagine che ha di fronte.
La banalità: il punto di vista più comune e scontato che fa sbagliare la mira quando si esprimono giudizi.
Il vuoto: è il destino di tutti i pieni che hanno un buco sul fondo della verità che conoscono.
La strumentalità: pratica adottata da chi ha un interesse diverso da quello dichiarato.
Il menefreghismo: stato d'animo tipico di chi tenta di immedesimarsi in Dio senza averne gli attributi. Quando è arrogante è sicuro di possederli.
L'egoismo: condizione necessaria che ha il bambino per poter diventare un adulto generoso.
La responsabilità: proprietà che nasce dalla coscienza che sa di non essere innocente.
La bontà: tensione al sacrificio di sé in favore del prossimo. È sbagliata quando tenta di sacrificare il prossimo e diventa illusoria quando chi lo fa non se ne accorge.
La connivenza: è il modo di stare insieme quando si è complici.


Io di fronte a me

Quella ripidissima scala, che conduceva alla stanza della musica pregata del Monkey Temple, mi stava spezzando le ginocchia e sui quadricipiti ci potevo friggere le uova.
— Fanculo a tutte le religioni del mondo!—
 riflettevo mentre salivo, incazzato con le facce demoniache di due statue leonine che mi osservavano dalla sua cima irraggiungibile, e che erano per me la prova della truffa salmodiata che faceva leva sull'atavica paura dell'ignoto. Ero un anarchico allora, con un'idea della libertà che non è mai cambiata, in tutti questi anni di tentativi di piantarle dentro le unghie. Solo che la Libertà Assoluta io la concepivo come fosse relativa e immediatamente applicabile alla mia vita.
Vivevo lì, un po' lontano da Swayambhu, in un loculo di fango senza mobili, con una stuoia in terra che spruzzavo ogni tanto di DDT cancerogeno, intuendo lo sguardo in aspettativa delle pulci, a miliardi e abituate al veleno, che speravano fossi io a morire per primo, così da potermi divorare senza fretta.
In Italia ero un disegnatore tecnico, al mio esordio, nel campo dei radar e degli apparecchi di telecomunicazione prodotti dalla Face Standard e ITT Americana, poi all'Alfa Romeo di Milano, dove disegnavo modifiche alle auto e codificavo nuovi disegni, trafficando con così tanti numeri che non mi licenziai neppure, fuggii e basta. La mia fu una vera fuga dai numeri, che allora detestavo, perché a me piace ancora disegnare. Io sono un disegnatore nato, e ora anche un apprendista studioso di matematica.
In Nepal, invece, mi guadagnavo da vivere spacciando hashish e marijuana ai turisti, da sotto ai miei lunghi capelli lisci che parevano ricci per i pidocchi che li filavano impazienti e voraci, e anche perché non avevo il coraggio di lavarmi, gettandomi nudo sotto al getto enorme che sboccava da un drago in pietra, in una vasca di cemento e pietre, enorme e gelida, piena di gente in fila sotto zero (era inverno), che rotolava in terra per la violenza del getto sotto al quale passavano correndo; un getto d'acqua che tentava di sciacquarti via anche la vita. Così sollevavo il ghiaccio sulla superficie di una botte che raccoglieva l'acqua piovana, a lato della cuccia dove dormivo, che era culla di larve ibernate di esserini indecifrabili e mi sciacquavo appena, col turbidume marcescente che ondeggiava sotto.
Avevo stretto amicizia con un francese di nome Patrick, più mingherlino di me e più sveglio, col quale conversavo in Inglese perché il Francese l'ho imparato dopo. Trafficavamo insieme e ci stravolgevamo con lo spirito di ragazzini che giocano. Lui era di Parigi, un po' più intellettualoide di me che tutti consideravano un violento che litigava con tutti, a causa di qualche rissa avuta coi Nepalesi, i quali non sono miti e accomodanti come gli Indiani. Io ero di Quarto Oggiaro e lì picchiarsi era normale se non si voleva essere messi brutalmente sotto. Ero pure un karateka allenato, per avere appreso questa arte in anni di lavoro sul tatami, da ragazzino, ma non ne rispettavo rigorosamente i principi di pace e serenità. Per questi fatti eravamo spesso in polemica e lui aveva la deprecabile convinzione che fosse suo dovere abbandonarmi, da solo, in mezzo alle risse. E quando si traffica, non coi numeri, i litigi ci sono. Qualche tempo più tardi queste mie attitudini mi condussero dritto al carcere di Kathmandu.
Comunque quel giorno eravamo tranquilli e seduti in un chai shop a vendere marijuana, quando un ragazzone Americano ci mostrò due strisce di fogli spessi, assorbenti e bianchi, ripiegati a fisarmonica, e ci disse che erano trip troppo forti per lui anche dividendone ognuno in quattro parti. Ce li vendette a un prezzo bassissimo che odorava di truffa, ma se davvero lo fosse stata l'avremmo ritrovato facilmente, perché era straordinariamente alto e con l'aria da borghese molto perbene, una rarità per chi non scalava le montagne. Lo pagammo e ingoiammo l'ultimo della fila, quello piegato d’avanzo e male. Il più grosso di tutti... 

Patrick era più esperto di me nei viaggi psichedelici, aveva fatto molti più trip del mio centinaio ed era psichicamente, all'apparenza, più avvezzo a non farsi trascinare dalle emozioni violente. Io invece avevo un candore che mortificava la stupidità, e tantissima voglia di vivere capendo il mondo, ma nessuna capacità o inclinazione personale poteva attutire l’onda brutale che ci stava investendo.
L'hashish (charas ricavato dallo sfregamento manuale delle infiorescenze della marijuana) a quel tempo era ancora di ottima qualità, in Nepal, ed era stato legale fino all'anno prima. Venduto in appositi baracchini per strada, faceva parte della cultura atavica di quei popoli, e nessuno si scandalizzava vedendo qualcuno in difficoltà, con manifestazioni fuori controllo che non entravano di precisione nel canone della moderazione. Per questo, quando dopo dieci minuti dall'assunzione io e Patrick crollammo con la testa sul tavolo, nessuno si preoccupò troppo. Quel “chai shop” (locale del tè) era un localino poco più grande di un capannone di paglia; era gestito da due fratelli Tibetani che ci conoscevano bene, coi quali discutevamo di tutto e che, per le mie idee di sinistra, già avevano tentato di strozzarmi una volta che dissi essere il Dalai Lama un fascista.
Io e Patrick capimmo, con apprensione, che le ragioni dell'Americano che ci aveva venduto l'LSD erano fin troppo giustificate, e che non ci aveva mentito affatto dicendoci che, anche se presi a un quartino per volta, erano esageratamente forti.

Dopo solo un quarto d'ora le prime vampate d’energia diventarono una vibrazione insostenibile, lo sguardo si fece appannato e si spense nel buio più nero: eravamo diventati ciechi. Disperatamente, uno di fronte all'altro, non potevamo parlarci né toccarci e neppure muovere le teste che si erano appiccicate con le guance al piano del tavolo. Io non potevo vederlo, ma sapevo che lui provava la stessa mia paura di non tornare più a vedere. Avrei voluto farmi coraggio e fargli forza, sapendo che era così anche per lui, ma non potevamo fare altro che lasciarci andare alla nostra incoscienza criminale e all'effetto dell'acido, che eccedeva in tutto, tranne che in comprensione delle nostre debolezze.
Con lo scivolare di un tempo che sembrava immobile, alla prima ondata di terrore si sostituirono sensazioni così estreme che anche la paura della cecità scomparve, e si dileguò in un nero profondamente lontano e solido, nel quale il pensiero osservava stupito una miriade di spirali colorate, stelle rotanti di quel cielo oscuro. 
Spirali che vorticavano e si attorcigliavano salendo, come stessero evaporando. Il mio pensare diventò una voce lontana e quasi non più mia, perché la mia individualità era scomparsa, esplosa nella paura. 
— Chi sono, cosa sono senza il mio io?—
 chiesi angosciato a quel buio, desiderando che dietro di lui qualcuno potesse rispondermi.
— Sto per morire?—
 gridai ancora
— È questo il morire?—
— Chi sei tu che parli col mio pensare?—
 mi chiesi, senza più riconoscermi
La mia preoccupazione non poteva coinvolgere l'idea di un Dio, non ero un bambino che credeva, io credevo solo a quello che mi si presentava davanti e ora, davanti, non avevo un Dio, ma qualche parte di me che non avevo mai conosciuto. 
E volevo conoscerla o, se proprio non fosse stato possibile, almeno capire come fare a parlarci senza dover pagare quel mostruoso prezzo che mi aveva incastrato nella disperazione.

Noi tutti siamo consapevoli della nostra individualità, e sappiamo che lei è unica, anche quando abbiamo un gemello o vediamo che parte di questa individualità pare essere ricalcata su quella di uno dei nostri genitori, o sul miscuglio di alcune caratteristiche di entrambi. Mai ci sfiora il dubbio che, nel nostro essere quella unicità, forse totalizzante, ci possa sfuggire un qualche suo lato, magari proprio il più importante. 
In quel tremendo e lungo attimo io quella parte l'avevo sopra di me, lontana ma evidente. La cosa che mi colpiva maggiormente era che sentivo di essere quella parte prima e più di ogni altra parte di me, e che quello era l'aspetto non responsabile delle mie azioni, ma capace di giudicarle. 
Ero troppo sconvolto per essere ancora spaventato, e stavo come sta un gabbiano con le ali rotte, che galleggia tra i flutti di una tempesta, sballottato tra scogli neri e taglienti.
Quelle spirali, che in quel buio roteavano di colori si acquietarono, lasciando quel vuoto nero per ricomporsi in immagini che si distorcevano davanti agli occhi i quali, a fatica, riassorbivano di nuovo la luce. Per prima cosa cercai Patrick e mi accorsi che lui cercava me.
Senza poter parlare né toccarci stavamo lì, come bambini appena nati e già quasi morti.
Si sedette al nostro tavolo un tipo con gli occhiali quadrati a fondo di bottiglia, antipatico e supponente, e ci disse di non farla tanto lunga che un acido non aveva mai ucciso nessuno, insistendo che ci alzassimo e andassimo a fare un giro per i terrazzamenti di riso asciutti, lì fuori, a riprenderci. Non so come potesse sapere che era un acido che c'impastava a quel tavolo e non, invece, morfina, ma certo non poteva immaginare in che situazione ci trovassimo. Al nostro silenzio ci scosse infastidito e, alla fine e finalmente, se ne andò insultandoci.
Riprendere un poco di padronanza motoria non fu facile e richiese forse un paio d'ore, ma è impossibile determinare con precisione il tempo trascorso in acido, quando l'unico riferimento sei tu, il tuo interno e, insieme a loro, tutto il resto che ondeggia gommoso.
Riusciti finalmente ad alzare il capo dal tavolo guardammo le immagini davanti a noi fluttuare in gelatinose volute opache, che si scomponevano e ricomponevano in bolle, riflettenti le stesse immagini rimpicciolite di quel locale che si deformava in loro, tante volte quante erano loro. I suoni persero la vibrazione, tenebrosa ma comprensibile, avuta per qualche momento, e cominciarono a comportarsi come le bolle, in una folle sintonia armonica. Immagini e suoni si fondevano in bulbi sonori incomprensibili, simili al rincorrersi dell'acqua che sgorga da una fontana. Si componeva, in quello scorrere, musica tonda, come echi di vibrazioni che mutavano in un chiacchiericcio chioccoso, occupando il posto di ogni altra sensazione.
La meraviglia era totale, moltiplicata dal replicarsi indefinito delle immagini che correvano, frammentandosi in fotogrammi, rapidi nel tracciare scie di cloni di sé, in sfere sonore che giravano, spiraleggiando nell'aria densa.
Si sedette vicino a noi un tipo alto e bello, con l'aria d’essere Austriaco, il viso incorniciato da capelli castani a lunghi boccoli fitti e aristocratici il quale, essendosi accorto del nostro essere in una visuale psichedelica, ci sorrise con simpatia comunicandoci che anche lui sapeva. Ci fece un discorso simile a, o forse proprio, una formula matematica che io non capii, ma che pensai dovesse rappresentare il mordersi la coda della ciclicità che non voleva concedere vie d'uscita a se stessa.
Il sole era già alto quando uscimmo dal locale, e la luce abbagliante parve metterci al centro dell'attenzione di un nugolo di bambini che conoscevamo per averli visti scorrazzare spesso lì intorno. Quei bimbi si resero subito conto della nostra particolare vulnerabilità. L'acido amplifica quello che si è già, e quando l'ego è rimpicciolito in quella proporzione due sono i destini che si appresta a subire, specchiando e amplificando quello che succede anche nell'essere della propria normalità: o si chiude nella difensiva sofferenza della solitudine, o si apre alla generosità suicida. Non ci sono vie di mezzo quando il tumulto dell'anima prende il sopravvento. Io mi persi nel secondo fato e iniziai a regalare prima gli spiccioli, e poi le rupie di carta a quei folletti gioiosi, immagine della mia allegria senza scampo. 
Patrick mi guardava sorridendo imbarazzato, lui non sapeva esattamente quanti soldi avessi, ma erano pochi, circa trecento rupie, l'equivalente di ventimila lire di allora, come duecento euro di oggi. Un lampo di preveggenza mi disse che stavo mettendomi nella situazione in cui si trovavano quei bambini, ma non riuscivo a smettere di essere generoso.
      Attratta da quella calca di bambini, si avvicinò Carlotta. 
Era una ragazza Italiana, delle parti di Torino, che avevo conosciuto a Kabul in una pleasure room (si legge fumeria), e mi aveva raccontato la sua tristissima vicenda che l'aveva spinta a fuggire in Oriente: suo marito era finito in galera per spaccio di stupefacenti e lei aveva, nel contempo, perso il suo bambino che le era morto in una di quelle apnee nel sonno che affliggono i neonati. Disperata e in balia di una grave patologia depressiva era partita a casaccio, e raccontava la sua storia a chiunque fosse disponibile a stare un poco con lei ad ascoltare.
Carlotta era una bionda naturale, con lunghi capelli disordinati in riccioli lunghi, stretti da perline conchiglie e ninnoli dei più svariati, che avevano trasformato la sua folta chioma in una giungla tintinnante, la cui gioia contrastava tristemente con stati d'animo che non erano attutiti nemmeno dai sogni.
A Kathmandu la conoscevano tutti perché, nel suo continuo peggiorare, era come impazzita e urlava isterica contro tutto e tutti. Non aveva più i documenti, che le avevano rubato insieme ai pochi soldi che aveva e stava lì, senza visto, a urlare disperazione.
In questo il Nepal è profondamente dissimile dall'Italia, qui la polizia ti porterebbe in qualche Centro d'accoglienza o casa famiglia dove, anche nel calore di persone affabili ti avrebbero comunque, e forse anche giustamente, non posso dire quanto, privato della libertà.
 In Nepal no, lì dove si finisce in galera per poco, anche per un permesso di soggiorno scaduto da due ore, nessuno le faceva nulla. I Nepalesi sanno che dalla pazzia esce un io diverso e indifeso, e la considerano un tocco di Dio che porta con sé una necessità d'aiuto quindi, quando stai male tutti ti aiutano, ti ospitano a casa coi loro bambini anche se urli, ti vestono, ti nutrono, fai la spesa gratis ai mercati, sbraiti davanti ai poliziotti e loro si girano come se la loro attenzione fosse richiamata altrove. Questo è come fosse un prolungamento della loro consapevolezza religiosa, questa è la comprensione della sofferenza altrui. Ho avuto molti esempi di queste storie bellissime d'accoglienza io che, con i Nepalesi, popolo orgoglioso e a volte irascibile col quale ho avuto più di molti problemi, non vado proprio d'accordo.
Stavo dicendo che, mentre i bambini mi circondavano di manine allungate desiderose di spiccioli, arrivò Carlotta. Quando si è in acido la pazzia degli altri non pare così lontana dalla propria, quindi le sorrisi e le chiesi se poteva tenermi i soldi, perché io non potevo più gestirli. Lei, che erano mesi che non ne toccava, acconsentì senza meravigliarsi, li intascò e se ne andò dove non sapeva nemmeno lei.
 Finalmente liberato da quel peso m'incamminai, con Patrick, verso dove non sapevamo nemmeno noi.

Benché la meraviglia o il terrore, nella dimensione psichedelica siano totali, e una nuvola possa sembrare una chiesa, un drago o il castello di Dracula, e un foruncolo il primo segno di un incipiente tumore o una macchiolina colorata e ridicolmente divertente, non è lo spettacolo esteriore coi suoi arabeschi che costituisce la meraviglia maggiore, o l’incubo peggiore, dell’esperienza allucinatoria.
È il suo effetto sulla coscienza che sconcerta, analogo al rincorrersi del circonvoluto arzigogolio dei pensieri. Effetto che ricalca le forme che riempiono la vista, l’udito, l’olfatto, il tatto e il gusto, e che si scambiano continuamente di posto tra loro. L’LSD amplifica e spezzetta, ingigantendoli, o fonde tra loro, rimpicciolendoli, i minuscoli e infimi componenti della realtà che in questa amplificazione, verso l’alto o verso il basso, dentro o fuori, surreali tanto quanto reali, mostrano, in queste interiezioni sì la stessa realtà, ma per vie diverse e in vesti inconsuete, attraverso la correlazione analogica che sussiste tra gli elementi del tutto e la loro somma che dà forma a quel tutto. 
Un tutto il quale è sempre maggiore e più vicino alla perfezione di quanto lo sia la somma dei suoi componenti imperfetti.
Derivando necessariamente ogni cosa dallo stesso Principio unico che la genera, irradiandola e dividendosi in questa cosa, ogni elemento del tutto deve essere simbolo del tutto, al grado che gli appartiene e l’acido, coi suoi effetti, non può ovviamente sfuggire a questa legge universale dalla quale è generato lui stesso. Quindi l’effetto dell’allucinogeno rispecchia, a suo modo ma secondo la Legge unica, la realtà e tutti gli aspetti che la realtà mostra, anche i meno evidenti. Come anche avviene, senza l’aggiunta degli effetti psichici dati dagli allucinogeni, nella realtà che tutti, normalmente, conosciamo. Solo che molti di questi aspetti, in acido sono lì, sfrontatamente davanti, anche se ancora non tutti li possono vedere e decodificare, nemmeno con l’aiuto dell’acido. Ma questi predispone l’individuo (mica tutti), coi suoi effetti sconvolgenti sull’io, alla considerazione degli elementi grandiosi o infimi della realtà, scatenando una sequenza, tanto immaginifica quanto solida di pensieri cosmogonici, di carattere universalizzante, che lasciano senza fiato e a volte anche senza raziocinio. In quei modi dilatati e laterali della coscienza l’osservazione di una famigliola che passeggia può ricondurre il pensiero che stava, per esempio, deviando sul tragico, alla riflessione sulla necessità di associazione nel cosmo e il bisogno dell’altro per la sopravvivenza dell’insieme, che lotta col timore per il diverso da sé; oppure dare la netta sensazione che, in questo insieme, ognuno di noi è una componente incompleta, ma altrettanto indispensabile a quell'insieme.
Dalla grande parte al tutto, dal tutto alla piccola parte si mostra, con evidenza, la relazione analogica che lega le diverse realtà che prendono vita dalla stessa e unica esigenza d’amore, della quale è ricamato l’universo intero ma, soprattutto, che disegna l’intenzione sacra della sua unica e trascendente Causa.

Quando la terra sotto ai piedi si deforma e allunga verso il cielo, prendendone il posto e il cielo, per nulla disturbato, scivola sotto, comunicare diventa arduo, oltre che non necessario.
In acido una semplice occhiata parla per ore e la distanza che separa il vedere dal dire, non è più percorribile. Come viaggiatori nell'ignoto di un sogno faticoso ci piegavamo in avanti, nel vento della difficoltà di essere così lontani dalla tranquillità, al punto di non doverne temere le conseguenze.
Si incrociavano gli sguardi di più persone nello stesso istante, leggendone l'indifferenza o le preoccupazioni, e tra una pietra e l'altra del muretto che segnava il sentiero trascorreva l'apparenza di un'ora in pochi secondi, e quegli stessi secondi ridiventavano, subito dopo, lunghi una giornata.
Io e Patrick ci dividemmo più volte e ci incontrammo ancora, con sguardi stupefatti, dentro quel Cosmo diventato familiarmente diverso, dove tutto era vivo e ti osservava arrancare con le tue certezze ridicole. Arrivò la sera rossastra, ma ancora il trip stava salendo quando, normalmente, sarebbe dovuto scendere.
Era certo colpa di un dosaggio fuori misura il cui effetto avrebbe dovuto, prima o poi, esaurirsi.
L'acido lisergico deve essere diviso in singole dosi, dal laboratorio che lo sintetizza, e questo dosaggio è commisurato al grado di purezza della sua sintesi e purificazione chimica, così che solo gli acidi di qualità elevata che derivano dalla claviceps purpurea possono essere dosati in quantità massiccia, senza avere conseguenze sgradevoli sull'organismo fisico. 
L'insieme delle componenti psichiche, invece… quello è sempre a rischio.
Solo nel culmine di quella notte, stranamente calda e luminosa (era gennaio a mille e ottocento metri di altitudine e c'era la neve) il cuore riprese padronanza di sé, e il viaggio si stabilizzò nei colori e nei suoni più creativi che avessimo mai visto e udito.
In quei momenti realizzai di non avere più una rupia in tasca, di essere a tredicimila chilometri da casa, al freddo, con Patrick (in quasi totale bolletta pure lui) come unico amico, felice di essere ancora un vedente, arruffato e stupido, ma vivo. 
Altri due giorni durò quel trip quando, di solito, dovrebbe scendere dopo un giorno.
Senza dormire, quasi senza mangiare né bere, e con nel cuore e in testa nuove questioni sollevate da quel terribile caos, che andavano ordinate di nuovo, ma non più scopate sotto il tappeto della convenienza bruta, cercavo Carlotta e i miei soldi i quali, ora, per mia necessità erano diventati potenzialmente i suoi.
Fu lei a trovarmi, mi cercava da due giorni e me li rese semplicemente, con un sorriso, preoccupata dall'essersi bevuta un bicchiere di latte pagandolo con loro. Non ricordo nemmeno se la ringraziai, tanto ero emozionato e felice, almeno tanto quanto lo era lei di avermeli resi. Non la rividi mai più, da allora, perché non molto tempo dopo mi ritrovai in una cella di quattro metri quadrati, ma so che della generosità e della bellezza di Carlotta il mondo è pieno, solo che non la si può riconoscere se non nel rischio dell’averne avuto il bisogno.

L'incredibile viaggio nel mio buio non aveva depositato certezze, nella cenere delle sicurezze fasulle che aveva bruciato, ma mi aveva tatuato il sospetto che quella spirale, che permeava quel modo psichedelico di osservare la realtà, fosse più che una modalità ordinante un universo diverso.
Invece che dissuadermi dal riprovarci, l'essere riuscito a sopravvivere a un’esperienza insopportabile mi disponeva a pensare che ce l'avrei fatta ancora, altre volte che si fosse presentata, a sopportare quella fatica terribile pur di avere una qualche possibilità di vedere più chiaro, nel mio buio colorato e misterioso. Continuai per anni a fare trip, spinto da un bisogno di capire che non fu soddisfatto dai trip.
Avevo, destinata a durare poco, ancora tutta la striscia d’assorbenti che avevo comperato dall'Americano e provai, qualche giorno più tardi, ad assumere un quarto di una dose singola allo scopo di capire la proporzione della quantità che avevo preso quella prima volta, con la quantità che si incontra normalmente, quando ci si fa un trip di quelli buoni che ci sono in commercio. Un rosa Pink Floyd, per esempio. Un quartino di quei trip era molto più forte di un Pink Floyd o di un Purple Haze o di una Micropunta nera, o un White California o di un Piramidino in pellicola o un Vulcanino viola ed era paragonabile a un Brown Explosion, che era l'acido più forte che, in Europa, fosse mai stato commercializzato. Quell'ultimo della striscia era il più grosso dei quindici che la componevano, perché risultato di un errore di taglio e piegatura della stessa, e quindi era come se io mi fossi fatto cinque Brown Explosion in una volta sola. Una inimmaginabile follia.
Probabilmente è stato commesso un grave errore di valutazione nella piegatura di quegli assorbenti. L'acido lisergico si misura in microgrammi che sono, ogni microgrammo, la milionesima parte di un grammo, e la dose medio-alta è costituita da circa duecentocinquanta microgrammi. Quindi mille microgrammi sono quattro trip forti, diecimila sono quaranta, centomila sono quattrocento e da un milione, equivalente a un grammo, se ne ricavano quattromila. È quindi facile far casino nel dosaggio, corrispondente al modo di piegatura delle strisce assorbenti.

L'immagine della spirale, con la sensazione della sua possibile importanza, mi accompagnò per molti anni ancora e quando scoprii, finalmente, il suo significato profondo capii, in conseguenza a quello, che quel terribile acido aveva rappresentato il segno di una predestinazione. La predestinazione al dover guardare con lo Spirito che è in me, e a non dover più utilizzare la mente per cercar di penetrare l'esistenza. Esistenza della quale intuisco l’essenza nell'immediatezza della conoscenza dei suoi principi universali. Principi che sono superiori al tempo e che si mostrano solo successivamente alla mente, ma nella loro immediata correlazione con l'Intelletto universale, Centro di ogni realtà. La comunicazione con questo Centro, per prima cosa, concede la conoscenza diretta delle Sue leggi ed è data dalla Sua volontà, che stabilisce l’adeguatezza delle misteriose qualificazioni individuali che aprono alla vista sottile. Per questo conoscere non ho più fatto altre esperienze di ricerca attraverso sostanze. Per questo sono consapevole che il dire della realtà non relativa può solo essere compreso da coloro che questa realtà già sperimentano consapevolmente. Io so per tutto questo, con certezza assoluta, che il vero comprendere non può essere insegnato né comunicato perché ognuno, per volontà del Cielo, deve aver salvaguardata la propria libertà di capire da sé chi è lui stesso e cos'è la vita.

martedì 13 maggio 2014

Orizzonti

Nessun orizzonte può dividere la mente, perché esso è simbolo dell'ampiezza della visuale che la mente è in grado di abbracciare. Poiché ogni orizzonte intellettuale non è mai raggiungibile, allo stesso modo dell'orizzonte fisico mostrato da un panorama, esso costituisce un limite solo quando l'intelligenza, scoprendo di avere sotto ai suoi piedi l'orizzonte di qualcun altro, lo ridicolizza senza avere ragioni per farlo diverse da quelle date dalla propria boria intellettuale.